Storie Robotiche [sec. primo grado 1^ C]

LA PICCOLA ROBOT ROSY

Al compleanno di Sophia venne invitata molta gente per la splendida sorpresa che doveva ricevere. Al momento della torta lei era molto emozionata di aprire i regali specialmente quello dei genitori perchè era il pacco più grande. Prima scartò i regali più piccoli poi quelli più grandi. I genitori le avevano regalato una robot piccolina, che Sophia chiamò Rosy. La piccola robot era un genio perchè sapeva fare di tutto e inoltre era una vera amica, quella che Sophia non aveva mai avuto. Giocavano molto spesso a parrucchiere e Rosy era molto brava. Sophia considerava Rosy come una gemella, e non si separavano mai neanche per andare a scuola. Quando un brutto giorno Sophia dovette andare all’ospedale poiché aveva la febbre a quaranta. I dottori dicevano che la bambina non avrebbe superato la notte a causa della particolare malattia che l’aveva colpita, a meno che non le venisse effettuata una operazione difficilissima e costosissima, e venissero procurati componenti rari da trovare per il computer. Rosy, che possedeva proprio quei componenti introvabili, donò la sua vita per salvare quella di Sophia. L’operazione andò bene, infatti Sophia piano piano rincominciò a vivere serena e tranquilla, ma purtroppo senza la sua piccola robot Rosy. Sophia pianse molto per la perdita della sua carissima amica robot, ed i suoi genitori decisero di adottare una bambina, che venne chiamata Rosy. Finalmente Sophia riprese a sorridere e socializzò con la nuova arrivata. Anche se l’emozione di quell’incontro fu grande, non era paragonabile alle emozioni provate con la robot Rosy, e in cuor suo sapeva che non avrebbe mai più provato in vita sua emozioni simili.

1°C

Storie Robotiche [sec. primo grado 1^ C]

IL ROBOT E LA PRINCIPESSA

C’era una volta un principe robot bello, lucido, alto, robusto di nome Kaan. Egli viveva con suo padre, il re dei robot su Marte. Il giovane principe, mano a mano che passavano gli anni, si sentiva sempre più insoddisfatto e infelice. Nessuno riusciva a distrarlo: egli era perennemente triste. A poco a poco cominciò ad arrugginire e invano suo padre chiamò gli ingegneri più famosi di Marte. Nessun ingegnere e nessun rimedio erano efficaci a guarirlo. Il desiderio del giovane robot era quello di andare sulla Terra. Nelle notti in cui il pianeta si poteva ammirare, Kaan, senza per nulla riposare, aveva lo sguardo fisso alla Terra. Un giorno convinto dai suoi amici robot ad andare a bere un drink di olio di motore, in un luogo lontano dal palazzo reale, uscendo dal locale per prendere una boccata d’aria, smarrì la strada. Dopo aver attraversato in largo e in lungo la città pensò di pernottare, si sdraiò per terra e si addormentò. Fece uno strano magico sogno. Gli pareva di trovarsi in un immenso prato e tutto intorno, immersa in una luce d’argento, davanti a lui stava una fanciulla bellissima con lunghi riccioli di capelli biondi. Egli le offrì un mazzo di rose rosse e lei gli disse che era la figlia del re di un paese piccolissimo della Terra. In quel momento il sogno si spezzò e il robot si svegliò. La Terra era alta nel cielo, il principe la guardò e pensò che sarebbe stato bellissimo ritrovare la meravigliosa fanciulla. Ad un tratto gli parve di udire delle voci arrivare da lontano. Incuriosito si incamminò verso quelle voci fino a che non si trovò davanti ad una porta. Aprì quella porta e entrò in una stanza dove stavano due individui strani. Kaan raccontò loro che si era smarrito ed essi gli rivelarono di essere abitanti della Terra e che avevano soggiornato a lungo su Marte ma che ora sarebbero tornati sul loro pianeta, se avesse voluto lo avrebbero condotto con loro. Il principe acconsentì con gioia, i due terrestri lo fecero salire sulla loro navicella spaziale e dopo un fantastico volo attraverso lo spazio, si posarono su uno dei monti della Terra. I due salutarono Kaan e gli indicarono la strada che da lì conduceva alla capitale. Il paesaggio intorno era fantastico, prati verdi, cieli azzurri, monti elevati e cammina cammina il principe giunse alla capitale. In mezzo ad un enorme giardino c’era la reggia di candido marmo. Il re vecchissimo, dalla lunga barba bianca, lo accolse con un sorriso e al suo fianco stava la bellissima principessa del sogno. Come nel sogno egli le offrì un mazzo di rose rosse che aveva raccolto strada facendo ed ella li accettò sorridendo. Per poter essere con orgoglio al suo fianco, il robot bevve una pozione magica che esaudiva un unico desiderio e che gli era stata donata dai due terrestri che lo avevano aiutato. Il suo desiderio era quello di diventare un uomo. Questo desiderio fu esaudito. Qualche tempo dopo i due giovani si fidanzarono e le nozze si celebrarono nella reggia con grande ricchezza e in mezzo all’allegria generale. Poi il principe condusse la sua bellissima sposa su Marte, dove il padre, che ormai lo aveva pianto come perduto, fu felice di rivederlo. Tutti i sudditi accorsero alla reggia ad acclamare il giovane e la sua sposa.

Chiara Bergo 1°C

Storie Robotiche [sec. primo grado 1^ C]

Un robot come amico

In una casa in campagna viveva una bambina di nome Michela molto disordinata: nella sua cameretta c’era sempre qualcosa sparsa in giro come vestiti sul letto, per terra, sul comodino e libri lasciati ovunque, perciò molte volte dimenticava di fare i compiti. Anche tutte le sue mollettone per i capelli e i trucchi erano in disordine. Il giorno del suo compleanno un amico le regalò un kit per costruire un robot. La bambina pensava che fosse il peggior regalo che avesse mai ricevuto, ma un giorno decise di costruirlo. Ci impiegò un po’ di tempo per capirne la sequenza di montaggio, ma alla fine cominciò a divertirsi assemblando bulloni con ruote e altri pezzi. Rimase chiusa nel disordine della sua cameretta per una settimana intera, finchè non finì il robot, senza uscire per mangiare o giocare con gli amici. Appena il robot fu pronto lei con molto timore e gentilezza gli disse: “Ciao, io sono Michela, la tua nuova amica.” Il robot rispose: “ Io sono Ferrix e sono felice di essere tuo amico.” Poi iniziò a frugare tra le cose della bambina. Ad un tratto entrò la mamma di Michela che vedendo il disordine disse: “Non è possibile che la tua camera sia sempre in disordine. E poi cos’è quel pezzo di ferro lì per terra? Non sarà quel robot che ti hanno regalato!” Poi riprese: “Fallo sparire subito!” Michela rassicurò il robot: “Non ti preoccupare le faremo cambiare idea!” Ferrix rispose: “Per farle cambiare idea potrei mettere a posto la tua camera ed aiutarti nello svolgimento dei compiti. Che ne dici?!” “Per me va bene!” esultò la bambina “ ma ti voglio aiutare!” I due si misero a lavoro e tra maglie, trucchi, mollettone, libri ed altro, trascorsero tutto il pomeriggio a mettere a posto la camera. La mattina dopo, quando la mamma vide la camera restò impressionata dall’ordine che regnava ed ebbe solo una cosa da dire:” E’ meraviglioso!” Poi continuò: “Ma non per questo terrai quel robot!” Chiuse la porta sbattendola ed andò a lavoro. Michela andò a scuola con tutti i compiti svolti alla perfezione. Quando tornò a casa mostrò alla mamma gli ottimi voti che aveva ottenuto ed allora la mamma convinta esclamò:”Non puoi avere un Robot per amico, neanche se diventassi una bambina perfetta. Questi “cosi” hanno bisogno di cure speciali, e poi potrebbero fare danni! Assolutamente no!!” Così la mamma chiuse il robot nella cantina. Michela incominciò a prendere bruttissimi voti a scuola, a non parlare più con nessuno, a non uscire più con le amiche e rimanere in camera sua a disegnare Ferrix. La mamma le ripeteva: “Guarda che così non ottieni niente!” Ma alla bambina il suo robot le mancava tanto, così un giorno decise di chiudersi in cantina con Ferrix. Appena lo vide gli disse: “Non ti lascerei mai morire da solo qui dentro, stai tranquillo,” poi ridendo continuò: “ho portato anche la cena!” Ferrix ringraziò e disse:” Non so come avrei fatto senza di te, sei una vera amica!” Rientrando a casa, la mamma non vide Michela ed intuendo che ella potesse essere col suo robot amico, corse veloce in cantina. Appena aprì la porta, Michela si nascose, ma la mamma urlò:”Lo so che sei qui, vieni fuori che ho una bella notizia da darti.” Michela chiese:”Quale notizia?” “Teniamo Ferrix” rispose la mamma ormai rassegnata. Michela le saltò tra le braccia gridando:”Grazie!!” Così la mamma capì che l’amicizia è molto più importante del fatto che una persona sia fatta di ferro oppure no e Ferrix visse per sempre con la sua piccola amica.

1°C

Storie Robotiche [sec. primo grado 1^ C]

ROBOT GIUBOTTINO 2°

Una volta l’uomo aveva bisogno di aiuto nel lavoro e nella casa, necessità che qualcuno lo aiutasse, ormai le altre persone non erano disponibili e girava la voce che, siccome c’era troppo inquinamento e la natura non riusciva a resistere, il mondo sarebbe finito nel giro di due anni, l’umanità stava per scomparire. A migliorare il mondo ci stava pensando lo scienziato Giubottino costruendo degli esseri in grado di resistere a tutto e obbedire ai comandi. Vennero chiamati Robot Giubottino 2° e distribuiti in ogni casa del mondo. Naturalmente arrivò anche in casa Pennetta dove era appena nata Carlotta. Carlotta venne cresciuta con l’aiuto dei genitori, ma soprattutto con l’aiuto di Robot. La prima parola che disse fu proprio “Bobot Ubottino” (Robot Giubottino). Ormai Carlotta è crescita ed ha 8 anni, ancora ricorda quando aveva bisogno dell’aiuto di Bobot per fare i compiti. Ormai lo chiama Bobot, si è molto affezionata a lui ed ogni sera si addormenta ascoltando la storia della sua invenzione. Ora il mondo è migliorato tantissimo: aiuto in casa, nel lavoro, meno inquinamento, i robot non servono più, ma sono diventati i migliori amici dell’uomo ed è solo grazie a loro se siamo ancora vivi. Da anni, però, è proibito far vedere la TV a tutti i Robot Giubottini 2°, nessuno ha mai capito perché, tutti tranne lo scienziato Giubottino, naturalmente. All’inizio tutti si ponevano la domanda, ma ora sembra che a nessuno importi. L’altro giorno siamo andate io e Carlotta a chiederlo allo scienziato, ormai morente. Gli abbiamo posto la domanda che ormai più nessuno si poneva: “Perché non si può far vedere la televisione a tutti i Giubottini 2°?”. Un momento di silenzio calò nella stanza, poi rispose: “Ragazze, se volete potete sperimentarlo voi stesse nel mio laboratorio, ma state attente, dopo un paio d’ore accadrà qualcosa di brutto, stategli alla larga per sempre. Le chiavi sono qui in questo comodino nell’ultimo cassetto, insieme alle chiavi troverete un biglietto, scritto per essere letto nel momento in cui qualcuno si interessasse alla questione come voi”. Detto questo morì. Noi ci affrettammo a trovare nell’ultimo cassetto ciò che desideravamo. Lo trovammo. Non era proprio un mazzo di chiavi, c’era solo una chiave attaccata ad un portachiavi che rappresentava proprio il Robot. Presi la lettera e la lessi ad alta voce, diceva: “A coloro che si interessano di scoprire i lati brutti di Robot Giubottino 2°. Prendete queste chiavi, aprite il laboratorio (ultima stanza in fondo al corridoio), lì troverete i robot ed un TV, sperimentate voi stessi cosa accade, ma state attenti dopo due ore, stategli lontano e quando riuscirete ad acchiapparlo con un retino, quello si spegnerà. Scienziato Giubottino” A quel punto chiesi a Carlotta: “Sei pronta?”, lei mi rispose con aria coraggiosa: “Si, sono pronta a sapere ciò che può succedere”. Corremmo infondo al corridoio e ci trovammo di fronte un’antica porta color marrone-scuro. Infilai la chiave e lentamente la girai, quando finalmente la porta si aprì. Il laboratorio era molto spazioso con tre librerie disposte ai tre angoli della stanza, carichi di libri, un angolo era occupato da una scatola contenente tredici Robot Giubottini 2°. Al cento della stanza c’era un lungo tavolo con sopra una mascherina, una pinzetta, un computer, un telescopio, un provetta. Di fronte al tavolo c’era la televisione con il telecomando. Presi un robot, mentre Carlotta accendeva la TV e lo mettemmo davanti, uscimmo e chiudemmo a chiave. Eravamo sedute nel salone, siamo state un’ora e mezza senza fiatare, fin quando un rumore ruppe il silenzio. Il rumore di qualcosa che cadeva. Ansiosamente aprii la porta, era caduta la TV, Bobot si muoveva agitato per tutta la stanza, si rovesciò anche una libreria e dietro trovammo il retino per catturarlo, ma stava dall’altra parte della stanza. Coraggiosamente feci una corsa ma Bobot mi spinse, caddi e mi feci male al polso, mentre Carlotta aveva già afferrato il retino. Con tutta la voce che avevo strillai: “Carlotta dallo a me il retino!”. Carlotta obbedì, ma quando meno se lo aspettava inciampò sul tavolo, non riusciva più ad alzarsi e piangeva dal dolore. Quando finalmente riuscì ad acchiapparlo, corsi da Carlotta me la misi sulle spalle e corsi fuori, la misi in macchina e corsi a casa. Raccontai tutto a mamma che ci portò all’ospedale. A me fasciarono un polso, a Carlotta ingessarono una gamba. Ora siamo tutte e due nel letto a vedere la TV, naturalmente senza Bobot, abbiamo deciso di spegnerlo per sempre. Carlotta continua a ripetermi:”Angela, come avrei fatto senza di te? Io ti adoro”. Naturalmente anche io l’ adoro, è una sorella fantastica.

Guastaferro Sara 1°C

Storie Robotiche [sec. primo grado 1^ C]

UN ROBOT BRAVO MA PAUROSO

C’era una volta un robot che si chiamava Vampiretto perché aveva i denti come un vampiro ed aveva un mantello rosso. Era in vendita nel negozio di giocattoli da un anno e nessuno l’aveva mai comprato perché faceva paura. Un giorno un bambino di nome Nelson lo vide e decise di acquistarlo. Lui era contento, perché Vampiretto sapeva fare tutto: lo aiutava a fare i compiti, se doveva fare un’ operazione doveva solo dirla e Vampiretto gli dava il risultato, quando voleva giocare a pallone giocava con lui. Quando Nelson portò Vampiretto a scuola i suoi amici ebbero paura e gli dissero: “Questo robot ti ucciderà perché è stato inventato per questo motivo”, Nelson non li ascoltò e se ne andò. La notte sognò che lui stava dormendo e Vampiretto lo svegliava dicendogli: “Vieni nel bosco con me!” Nelson andò. Quando arrivavano, Vampiretto lo uccise. Nelson si svegliò e capì che era solo un sogno, ma per due settimane sognò sempre la stessa cosa. Così decise di buttarlo ma Vampiretto, che sapeva anche parlare, disse: “Tu prima ti divertivi a stare con me, ma da quando i tuoi amici ti hanno detto che io ti avrei ucciso hai iniziato a fare un brutto sogno. Non è vero che io sono cattivo, loro pensano che io lo sia, solo per il mio orribile aspetto”. Nelson decise di tenerlo e quando andò a scuola disse ai suoi amici: “Se voi avete paura di Vampiretto io non vi sarò più amico”. Loro non vollero saperne e quando andava a scuola, durante la ricreazione Vampiretto e Nelson stavano sempre insieme ma in disparte dal resto del gruppo. Gli amici di Nelson capirono che Vampiretto era bravo e che non avrebbe mai ucciso nessuno. Allora andarono da Nelson e gli chiesero scusa, lui accettò. Così fecero pace e diventarono amici anche di Vampiretto.

Silvia Formicola 1°C

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William il Robot

William, era questo il suo nome del robot distrutto dal suo padrone, perchè quando camminava faceva uno strano ticchettio che dava fastidio al suo inventore e un giorno lo gettò giù da un precipizio. William riuscì a lanciare un SOS in quell’istante squillò il mio cellulare. Allora mi calai con calma con una corda giù dal precipizio, vidi lui sotto una roccia, cercai di spostare il macigno ma il robot era spento, tutto graffiato e rovinato così presi il mio cellulare, tolsi le batterie per metterle a lui e subito i suoi occhi, che in realtà erano lampadine, fecero un luce abbagliante, in quell’ istante si alzò ma lo fece solo su un piede perchè l’altra gamba si era rotta mentre cadeva giù dal precipizio. Non so come ma me lo misi sulle spalle e mi trascinai fino al laboratorio di mio padre con 30 kg sulla schiena, alla Rigon Corporation. La notte alle 3.30 andai al laboratorio e vidi il robot camminare appena mi vide disse: “Grazie di cuore se tu non fossi venuto i miei circuiti si sarebbero spenti, e io ora non ci sarei più”. E io gli risposi: “Tu puoi volare? sai è il mio sogno!” e lui “ si’, e quella notte mi portò in giro per il paese ma questa volta era lui a portare me sulle spalle. Due giorni dopo tornando da scuola fui vittima di un tentato rapimento da parte di una banda di mafiosi, mi tramortirono e mi portarono via in un posto buio e freddo trascorsero i giorni e quando decisero di uccidermi, arrivò William, il proiettile della loro pistola colpì in pieno il mio migliore amico nell’unità centrale e lui si spense. I mafiosi scapparono, io lo raccolsi con le lacrime agli occhi, andai al laboratorio di mio padre per provare a farlo rivivere e questo sarebbe stato un modo per ringraziarlo di aver realizzato il mio sogno !!!!!!! ma mio padre mi disse: “Non ho potuto farci niente”. Io piansi tutta la notte ma poi dissi fra me: “William non vorrebbe che io piangessi” così mi feci forza smisi di piangere… lui aveva salvato la mia vita e aveva realizzato il mio sogno di volare. William pur essendo un robot per me è stato più di un migliore amico.

RIGON GIANMARCO 1° C